EVVIVA LE START-UP, MA ALLE ALTRE CHI CI PENSA?

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Siamo in una fase economica molto particolare. La Crisi che ormai attanaglia l’economia mondiale dal 2008 ha creato nuovi spazi molto interessanti aperti ai “nuovi imprenditori”, i cosiddetti startupper. Si tratta di una nuova generazione – non sempre in senso anagrafico – di imprenditori, che hanno compreso che da un lato l’innovazione premia su un mercato in grande fermento come quello attuale, e dall’altro devono crearsi un lavoro che diversamente diventa sempre più difficile trovare. Risultato, nascono aziende nuove con sempre maggiore frequenza, sia di pura iniziativa imprenditoriale sia come spin off di large corporate. Fatto sta che aumentano i fondi a disposizione delle start-up oltre a molte agevolazioni innanzitutto fiscali, ma anche nel reperimento di finanziamenti bancari. Problema: nel 2016 le start-up innovative in Italia erano 6400 circa, cioè lo 0,4% del totale delle PMI italiane. Considerato che circa l’80% delle start-up non riesce a proseguire, la domanda sorge spontanea: come mai ci si concentra tanto su questa minuscola realtà e ci si dimentica del rimanente 99,06%? E soprattutto di cosa hanno bisogno le vare vecchie PMI italiane? Il mondo imprenditoriale italiano è fatto oggi per la metà di aziende familiari, e più in generale di aziende di piccola e media dimensione. I problemi più grandi che affrontano oggi sono certamente:

  • la difficoltà di accesso al credito, con le banche che tirano la cinghia su tutti i finanziamenti;
  • il bisogno di innovare a fronte di carenza di liquidità;
  • il passaggio generazionale, per le imprese familiari.

Che alternative ci sono:

  • Prestiti garantiti: nell’ambito del piano Junker è in fase di realizzazione una piattaforma di risk sharing che metterà a disposizione di circa 70.000 PMI italiane finanziamenti garantiti per l’80% da cassa depositi e prestiti e da Fondo europeo di investimenti. Si parla di 150.000 euro massimo di finanziamenti per azienda, e di un totale di 3 miliardi.
  • Pir o piani individuali di risparmio: strumenti finanziari nei quali almeno il 70% deve essere investito in strumenti di società italiane o straniere purché con stabile organizzazione in Italia e il 30% di questo deve essere investito in PMI.
  • Finanziamenti privati: l’ingresso di investitori – privati o istituzionali – che possono decidere di investire in un’azienda che presenti un piano di crescita profittevole legato a un progetto specifico (innovazione di prodotto o processo, internazionalizzazione, etc.…).
  • Vendita: non è un disonore decidere di vendere la propria azienda (in quota di minoranza o maggioranza). L’azienda può essere in una fase di positiva crescita, e rendersi quindi interessante per l’acquisizione da parte di un’azienda che sta reclutando sul mercato, oppure può trovarsi in un momento di crisi legato a una cattiva gestione nel qual caso la vendita è legata alla realizzazione di un turnaround, cioè di un piano di risanamento aziendale.

La buona notizia è che le alternative esistono, quella cattiva è che come sempre nulla ci cade in testa, dobbiamo attivarci, stendere un progetto e trovare i mezzo migliori e i canali più opportuni per realizzarlo.

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